UNO  DELLA "REGIA"....... IN  RUSSIA

 

Racconto di  Vito Carnimeo

 

“Di mio fratello Piero, sergente pilota della Regia in Russia, mi è rimasto solo qualche foglio strappato del suo diario, che un altro pilota, suo commilitone, portò indietro da quell’inferno. Di Piero purtroppo non si seppe più nulla. Lui era ricoverato nell’infermeria della base avanzata di Volovshilovgrad, quando il carri russi circondarono la zona nella grande offensiva di fine ‘42. Non riuscirono o non fecero in tempo a portarlo via di li. Piero era un ex disegnatore meccanico in una fabbrichetta alla periferia di Torino, sposato giovanissimo, con due figli molto piccoli. Alle prime avvisaglie del conflitto, per cambiare vita e lasciare il noioso ambiente di lavoro decise di offrirsi volontario. Entrò in aeronautica per evitare di fare il fante fra trincee e sporcizia, come era successo a nostro padre nella prima guerra mondiale. Nostro padre portava sulla pancia una lunga cicatrice di baionetta (se l’era beccata nel ’16 sul Monte Novegno) ed era stato proprio la paura dello scontro fisico, del corpo a corpo, a convincere Piero a scegliere un’arma più nobile, più pulita. Dopo aver frequentato la Scuola Allievi piloti di Santa Caterina di Pola (un’isoletta inospitale e fredda, raccontava lui), imparò a volare alla scuola di volo basico di Parma, prima di passare all’aeroporto di Cameri nel Novarese. Poi, dopo un nuovo corso di specializzazione avanzata a Castiglione del Lago, passò ai caccia MC 200 nella 361° squadriglia del 21°gruppo autonomo da caccia. Nel mese di giugno del ‘42 raggiunse questo reparto come rincalzo a Stalino, poi con la squadriglia fu inviato nella lontanissima base russa di Voroshilovgrad a sud del fiume Donetz. Lui mi scriveva spesso (siamo sempre stati molto uniti sin da piccoli), anche se la posta militare dalla Russia arrivava dopo mesi. All’inizio sembrava contento ed entusiasta dei luoghi, dei commilitoni, dei voli poi il tono delle lettere cambiò progressivamente; con la censura non poteva scrivere molto ma io che lo conoscevo profondamente sapevo leggere fra le righe, era sempre più preoccupato e deluso di come andavano le cose.

Queste sono alcune delle ultime pagine del suo diario di guerra, scritto chissà perchè  in terza persona, forse si vergognava un pò, chissà. Racconta il suo ultimo volo di guerra, quello durante il quale rimase ferito.  Fu poi ricoverato nell’ospedaletto da campo ove ebbe tempo di aggiornare il suo diario, che egli consegnò ad un suo commilitone prima che la base fosse abbandonata. Infine, di lui si perse qualsiasi le traccia dopo l’arrivo dei Russi. Sarà morto forse in quello stesso ospedale dopo la partenza dei nostri, oppure successivamente in un campo di prigionia.........chissà!”

 

 

. VOROVSHILOVGRAD , 18 DICEMBRE 1942, 

Decollati in sette alle ore 10,20 con vento frontale, cielo coperto oltre i quattromila metri, temperatura a terra meno quindici gradi. Obiettivo della missione: area d’accesso a Katermirovka, circondata dai Russi da tre giorni.

Raggiunta la velocità di centocinquanta chilometri orari, Piero tirò a se la cloche e le due tonnellate e mezzo del velivolo si staccarono da terra, correndo scavalcarono la recinzione dell’aeroporto e salirono verso il cielo. Piero vide sotto di se, come tante altre volte, la manciata di casupole sparse del paese di Voroshilovgrad, riconobbe la costruzione più grande della vecchia chiesa ortodossa, ormai dismessa e trasformata da decenni in deposito agricolo. Passò sopra le strutture del kolkhoz, la fattoria di stato, con i contadini al lavoro per conto dei Tedeschi, che ormai non alzavano più lo sguardo verso l’alto al passaggio di un aereo.

Più lontano, mentre saliva ancora, passò sopra la zona dei giacimenti minerari, circondati dai larghi cumuli di scorie carbonifere, che coloravano la zona di macchie nere, nonostante il manto nevoso ghiacciato.

 Mantenersi in formazione con quel tempo e con quel velivolo era un’impresa ardua. L’aereo  brontolava e vibrava in modo vistoso, troppi rimaneggiamenti aveva subito la sua cellula; il motore poi era “lento”, il numero di giri era eccessivo per l’andatura di crociera che mantenevano.

“Come diavolo avrà fatto il tenente“Fefè” Aristillo ad abbattere due bombardieri russi con una caffettiera volante come questa, proprio non riesco ad immaginarlo!”

Il decollo era stato un’esperienza nuova. Il vento anche se forte era quasi frontale, per cui tenendo il timone lievemente angolato si riusciva a sfruttare la sua forza di sostentamento. Nonostante il maggior peso delle due bombe alari, la corsa sulla pista gelata era stata più breve ma la paura di finire fuori era stata grandissima. Il quinto MC200 invece non era  riuscito a decollare, forse il pilota aveva avuto paura del vento forte e aveva rinunciato a proseguire il rullaggio.

 Piero faticava a mantenere il posto assegnatogli nella formazione. La squadriglia avanzava con i tre MC202 di scorta avanti, in alto, disposti a triangolo e i quattro MC200 cacciabombardieri arretrati, più in basso, disposti a rombo. Lui chiudeva il rombo in retroguardia, ma tendenzialmente veniva distanziato dagli altri.

La 382° squadriglia del capitano Cesa-Piovan, considerò Piero, era più allenata della sua a mantenere il volo in formazione. Era stato aggregato solo transitoriamente a quest’altra squadriglia per carenze d’organico.

Un immenso tappeto bianco, screziato da linee e macchie più scure, scorreva duemila metri sotto il piccolo stormo di velivoli, geometricamente disposti. Mille metri sopra di loro un altro tappeto di nuvole grigie, denso e piatto con qualche rara variazione di intensità. Tutto intorno correva una striscia lontanissima di orizzonte, anch’esso piatto e incolore, saltuariamente spezzato da esili linee oblique di fumo scuro.

Era sempre una sensazione entusiasmante volare. Si sentì di nuovo padrone di se stesso, con la vecchia, ben nota, amata sensazione di libertà che scorreva quasi elettrica nel sangue. Non gli importava nulla del tempo atmosferico, del freddo che comunque filtrava sotto la tuta tedesca elettroriscaldata, della guerra verso cui andava incontro; ora lì si sentiva fuori da tutto, in cima al mondo, al centro dell’universo che ruotava solo per lui.

Pensava tutto ciò con una grande serenità nel cuore, con una pace interiore che raramente fioriva dentro. Mentre pensava, ciò vide distrattamente davanti a se i sei aerei scomporre improvvisamente la rigida formazione di volo e allontanarsi per direzioni diverse. Due o tre aerei verde-marrone, con grandi stelle rosse sulle ali, provenienti da destra, attraversarono in picchiata lo spazio di cielo  rimasto vuoto davanti a se e virare per seguire gli altri aerei italiani.

Restare indietro forse lo aveva avvantaggiato in questa situazione, perché gli avversari avevano attaccato la testa della formazione. La scorta degli MC202 che volava più avanti, compì una stretta virata e tornò indietro per mettersi alle calcagna dei Russi; i tre caccia con alla testa quello di Cesa-Piovan sfrecciarono rapidissimi accanto a quello di Piero, che in pochi attimi si ritrovò assolutamente solo; situazione tutt’altro che infrequente nei voli di guerra.

Si chiese cosa fare, se tornare comodamente indietro dato che era rimasto solo; nessuno avrebbe potuto rimproverarlo di nulla. Continuare da solo, col rischio di ritrovarsi in mezzo a dieci aerei nemici superiori al suo? Senza perdere molto tempo in dilemmi inutili, decise di continuare da solo la missione perché, molto probabilmente, gli altri lo avrebbero raggiunto in pochi minuti o almeno così si augurava e sperava; non era del resto la prima volta che conduceva una missione di assalto da solo, inoltre si era accorto, dalle numerose torri di fumo che salivano oblique verso il cielo, che ormai era giunto vicino a Kantemirovka, dove infuriavano scontri violenti.

Scese di quota per rendersi meglio conto della situazione a terra.

Calcolò che mancavano alcuni chilometri dall’agglomerato urbano, tenuto ancora dai fanti italiani, e dal vicino aeroporto, un tempo base del reparto di osservazione aerea della Regia. All’improvviso si trovò a sorvolare immense e brulicanti colonne di carri armati marroni e autocarri carichi di truppe: erano la punta di lancia del XXVII corpo corazzato sovietico del generale Kostantin Rokossovskij che, dopo aver circondato la zona in una grande sacca, si apprestavano a sferrare un nuovo assalto, forse quello finale, su Kantemirovka. Guardando sotto di se lo sterminato susseguirsi di reparti in movimento, pensò che non aveva mai visto in vita sua tanti uomini e mezzi tutti insieme e percepì con chiarezza in quel momento che la guerra era irrimediabilmente persa per Italiani e Tedeschi. I Russi avrebbero vinto non solo perché più numerosi, ma perché essi combattevano per liberare la loro terra, per scacciare gli oppressori e gli oppressori erano proprio loro Italiani e Tedeschi, oppressore era proprio lui che in quel momento volava sulle loro teste. Guardandoli dall’alto, capì che combatteva dalla parte sbagliata, loro sapevano perché combattere e credevano in quel che facevano. Lui invece non sapeva perché era stato inviato lì, perchè si combatteva, non gli importava nulla di mantenere occupato quel paese, trovava tutto assurdo. Ma il suo compito in quel momento era un altro e si accingeva a svolgerlo, come sempre.

Abbassandosi ulteriormente a poche centinaia di metri di quota, riconobbe, in mezzo al brulicare della fanteria, i carri armati che tante volte aveva imparato a distinguere sulle foto segnaletiche militari. Individuò i brutti e spigolosi BT-5 e i più grossi e squadrati T60, con le loro strane torrette a base ottagonale e il loro piccolo cannone da 20mm. Vedendoli dal vero gli apparvero orribili scarabei giganti in acciaio, mostri preistorici inspiegabilmente sopravvissuti alla selezione naturale.

“Ne hanno anche di più grossi, questi sono mezzi di supporto alla fanteria ma per noi che non abbiamo un adeguato armamento anticarro, questi bastano e avanzano. Poveracci...cosa faranno i nostri soldati! come faranno a reggere il loro assalto? Saranno triturati dai cingoli.”  Meditava sentendosi irretito dallo spettacolo che sfilava sotto di se.

“Ed io, goccia nel mare, cosa posso fare qui, da solo, con due bombette irrisorie da 50kg su questo fiume di soldati e carri armati russi?” Si chiese desolato.

“Cerchiamo di fare bene il proprio dovere e tornarcene alla svelta indietro, chissà quanti aerei nemici ci saranno qui intorno; e che Dio ce la mandi buona anche oggi!”

Si cercò un obiettivo interessante e non troppo difficile per non sprecare il suo blando armamento. Sapeva di non essere un buon assaltatore; del resto, piazzare una bomba su un bersaglio in movimento di pochissimi metri quadrati di dimensione non era cosa facile neppure per i piloti professionisti di cacciabombardieri, figuriamoci per un cacciatore recentemente riconvertito come lui.

Mentre volava guardandosi bene intorno, cominciarono a salire da terra, saettando rossastri nell’aria, rosari di proiettili traccianti e intorno a lui fioccarono sbuffi di fumo nero venati da lingue arancione, simili ai fuochi d’artificio che si sparavano per la festa del patrono nei paesini delle Langhe; erano meno colorati e vistosi, ma certamente più pericolosi.

“Si sono portati appresso anche una bella contraerea!” commentò preoccupato.

 Doveva sbrigarsi, tutto gli era sfavorevole.

Intravide, al lato dalla strada, un capannello immobile di uomini e mezzi. Avvicinandosi riconobbe una grossa autocisterna di carburante che “allattava” quattro T60 disposti ad X intorno ad essa.

“Questo può essere un buon bersaglio!”

Salì un po' di quota e compì un mezzo giro per mettersi nella giusta posizione, poi puntò il muso sul gruppetto di mezzi fermi e cominciò a picchiare. Il vecchio caccia cominciò a vibrare come se fosse sul punto di sfasciarsi mentre il suo motore ululava stridulo; i fiocchi neri della contraerea si infittirono minacciosi intorno a lui, una dozzina di persone in divisa scura si precipitò giù dai carri e si disperse in tutte le direzioni, altri abbandonarono le pompe del carburante e li seguirono lasciando sportelli aperti e cappotti per terra.

“Non devo sbagliare, non devo sbagliare.........angolo di inclinazione.....distanza.......sgancio!”

Appena liberatosi del peso, tirò a se la leva di comando per riprendere quota immediatamente.

Il velivolo puntò di nuovo verso il cielo con un diverso ruggito del motore, sempre inseguito da scoppi diffusi di contraerea.

Piero, voltandosi sulla sinistra, piegò la testa in basso, per vedere cosa avesse combinato a terra: il grande fungo di fumo nerissimo, inframmezzato da vampate purpuree, che saliva e si espandeva fulmineamente non lasciava dubbi sull’esito positivo dell’azione.

Fu proprio mentre abbozzava un sorriso di compiacimento, che sentì uno scoppio nell’abitacolo, subito invaso per qualche attimo da un velo di fumo nero. Sentì un’improvvisa fitta lancinante alla spalla destra e vide contemporaneamente il cruscotto della strumentazione di bordo andare in frantumi. Il dolore era così forte che stentò a capire cosa fosse successo ma l’istinto lo portò a tirare ancor più la manetta per accelerare la salita e allontanarsi dal suolo. L’aereo rispondeva ai comandi e riuscì a portarsi al sicuro nel cielo.

Si rese conto che la contraerea, alla fine, era riuscita a beccarlo. Il colpo era giunto sulla fiancata destra, all’altezza dell’abitacolo, proprio sotto il finestrino laterale.

“Probabilmente un proiettile da 37mm” Dedusse dolorante.

La blindatura dell’abitacolo aveva contenuto i danni ma le schegge erano volate dappertutto, frantumando finestrino e cruscotto e ferendolo fra le attaccature della scapola, dell’omero e della clavicola. Guardò in quel punto: la tuta era orrendamente lacerata e il sangue sgorgava fuori scendendo sul petto e sul braccio destro. Il dolore era intenso, bruciante, feroce, non gli dava pace; sentiva la mano destra quasi paralizzata e non poteva manovrare con quella. Cercò altre eventuali ferite: le gambe erano coperte di frammenti di vetro ma non parevano avessero subito danni.

Si accertò delle condizioni del velivolo: il vecchio caccia, sebbene vibrasse  e si scuotesse più di prima, sembrava rispondere bene ai comandi ma non poteva tenere sotto controllo gli indicatori di velocità, temperatura olio, giri del motore, riserva di carburante perché il sistema elettrico era saltato, parte della strumentazione era andata in pezzi. Solo la piccola bussola non elettrica rimasta intatta poteva assicurargli la giusta direzione.

Quasi istintivamente, mise il muso verso Voroscilovgrad, rotta due sei cinque, tutto  verso ovest,  ma la strada era maledettamente lunga e il dolore maledettamente atroce. Non riusciva a pensare bene, non riusciva a concentrarsi su nulla, ogni cinque minuti gli sfuggivano urla di dolore,  che non servivano a lenire le fitte ne a diminuire i morsi di tigre che gli strappavano la spalla.

Intorno non vide nessun altro aereo avvicinarsi, del resto senza apparecchio radio i caccia italiani non potevano mettersi in contatto con nessuno durante i voli.

Si muoveva istintivamente con la sola mano sinistra per operare sui comandi, la destra era paralizzata.     Cercò di consolarsi pensando:

“Meno male che sono mancino, almeno potrò continuare a scrivere”.

Cominciò a temere che l’emorragia avrebbe presto compromesso la lucidità mentale, anzi avrebbe potuto farlo svenire, ne sarebbe seguita la caduta dell’aereo. Atterrare nella steppa non gli avrebbe portato nessun vantaggio perché in quei grandi spazi aperti che ora stava sorvolando non avrebbe potuto essere soccorso da alcuno, mentre lui doveva assolutamente tornare a Voroscilovgrad; solo il buon dottor Stinga, responsabili dell’ospedaletto, avrebbe potuto fare qualcosa per salvargli il braccio.

Il sistema di riscaldamento elettrico della  tuta si era disattivato ed ora anche i morsi del gelo cominciavano a tormentarlo in vari punti del corpo. Cercò di mantenere l’aereo basso in modo da sfruttare la temperatura meno fredda al suolo, ma non poteva abbassarsi troppo perché in caso di perdita del controllo non avrebbe avuto tempo e spazio per tirare su il velivolo.

La sua base aerea era tanto lontana; resistere al dolore e restare lucido gli pareva un’impresa ardua, quasi impossibile; cominciò a pensare che probabilmente, anzi quasi certamente, si sarebbe schiantato nella steppa.

 Questo pensiero divenne forte e pervasivo, divenne una certezza, ormai era quella la sua fine, era stato scritto così in qualche parte. Era il suo destino che si compiva quel giorno. Forse non valeva più la pena di resistere ancora e soffrire così tanto, avrebbe potuto sospendere ogni dolore immediatamente, bastava lasciare andare la leva di comando e il vecchio caccia avrebbe abbassato il muso verso terra.

 Nei giorni precedenti la partenza per la Russia aveva spesso pensato alla morte. Ora era lei a presentarsi a lui, ad attendere paziente i suoi ultimi istanti, pronta a consolarlo definitivamente da tutti i dolori.

Si rifiutò di arrendersi a lei pensando a tutto ciò che avrebbe voluto ancora fare, vivere, costruire, era troppo presto e poi non voleva che i suoi due piccoli figli crescessero senza padre, non voleva lui rinunciare a veder crescere loro. Non poteva morire senza aver conosciuto la piccola Ilaria, di pochi mesi, senza averla portata sulle spalle fra i castagneti intorno alla Certosa di Pesio in cerca di scoiattoli e marmotte, senza aver insegnato ad Emilio, quattro anni, a pescare i lucci e le trote. Doveva poi far riparare il tetto della casa di Cuneo perché la pioggia aveva cominciato ad infiltrarsi e aveva creato macchie di umidità sulle pareti sottostanti. Anche il giardino, come s’era proposto più volte, aveva bisogno di essere riabbellito; aveva progettato con Flavia di togliere i vecchi pioppi dal confine e piantare delle siepi di lavanda e oleandri rosa. C’erano i progetti dei  viaggi all’estero in cassetto da anni. Per via dei soldi, non era ancora stato sulla vicina Costa Azzurra, un amico gli aveva detto di un paesino delizioso chiamato Saint Paul de Vence e lui si era innamorato di quel luogo senza neppure averlo visto in fotografia. Poi c’erano le allegre uscite per la pesca con Sergio, l’unico amico col quale parlava ore intere e quelle mattine estive di domenica nelle quali lui e Flavia indugiavano a letto, mentre il bimbo dormiva e loro poltrivano semiaddormentati con le gambe intrecciate e le campane della vicina chiesa parrocchiale di S. Rocco Castagnaretta  rintoccavano pigramente le ore. Poi ricordò le passeggiate serali con lei sotto i portici ogivati di via Roma o lungo i viali alberati dei baluardi e la sosta obbligata di fronte al panorama sul Gesso che si vede da Viale degli Angeli, in quel punto Flavia si fermava sempre rapita e lo baciava senza motivo.

“Non voglio morire..............voglio vivere” Si ripeteva come se  annaspasse, come se gli mancasse l’aria da respirare, come se si stesse avvicinando a un invisibile baratro. 

 La vita gli sfuggiva dalla ferita come un otre pieno d’acqua perde il suo contenuto da una piccola fenditura sul fondo, una fenditura minuscola e sottile come un vetro filato, ma sufficiente a svuotare l’otre di tutta l’acqua.

 “Adesso mi sembra irrinunciabile e bellissimo poter diventare vecchio, rincitrullito dagli anni, e giocare a carte con gli altri vecchi nel bar di Largo De Amicis e accompagnare i nipotini a scuola e andare dal farmacista a raccontargli tutti gli acciacchi e sonnecchiare vicino al fuoco della cucina, con un po' di bava all’angolo della bocca, quando è ancora presto per andare a letto.......non voglio morire, non voglio che i miei figli passino la vita facendosi raccontare commossi com’era il loro padre. Non merito di morire. Io non penso di aver mai fatto del male a nessuno, ma come soldato ho ucciso. Ho fatto morire dei fanti e altri aviatori come me. Per colpa mia c’è qualche vedova e qualche orfano in più in questo paese.......ma ora io voglio vivere”

Sentiva che stava per perdere tutto ciò che invece era stato predisposto e previsto per lui sin dalla nascita, cose che lui stesso aveva voluto e cotribuito a costruire.

Cominciò ad avere la sensazione di essere sul punto di svenire, di perdere conoscenza. Aveva la sensazione che una specie di onda lo stesse per sommergere. L’onda si avvicinava minacciosa. Si ribellava, con tutto se stesso, all’idea dello svenimento, allora l’onda andava via per qualche attimo ma poi sentiva che tornava, come in un incubo assurdo. Quando si avvicinava l’onda gli dava quasi sollievo perché gli toglieva lucidità e dolore, ma poi sentiva un gong dentro il cervello che faceva allontanare l’onda e recuperava lucidità insieme al dolore. Era una sensazione ripetitiva, prevista, che andava e veniva, una tortura insopportabile, che gli toglieva la percezione del tempo.

Piccoli sbuffi di fumo biancastro iniziarono a fuoriuscire a tratti dal muso del caccia, stava andando in fumo anche il liquido di raffreddamento. Gli strumenti di bordo non potevano più comunicarglielo, ma egli sapeva che il surriscaldamento del motore era ormai irreversibile e che presto avrebbe “fuso”.

Tutto gli si metteva contro, era ormai una lotta impari, lo sconforto e la desolazione stavano per sopraffarlo.

“Mai così vicino alla morte!”  Pensò in un attimo di lucida consapevolezza. “Mai così vicino alla vita, perché se riesco a rientrare alla base mi mandano in un ospedale e poi a casa. Dio fammi resistere!”

All’improvviso fu quasi sorpreso nello scorgere, davanti a se nel biancore del paesaggio, le lunghe e familiari strisce scure parallele delle piste d’atterraggio di Voroshilovgrad.  Bisognava resistere ancora pochi minuti e forse si sarebbe salvato.

Chiamò a se tutte le ultime forze rimaste, pregò nuovamente con tutta la fede che pensava di non aver mai avuto, poi cominciò a puntare faticosamente il muso dell’aereo verso la pista.

Il fumo che l’aereo emetteva formava ormai una grossa striscia grigiastra continua, il motore era al limite delle sue possibilità, il suo rumore anomalo era il muggito finale di un toro ferito a morte.

Da terra si dovevano essersi resi conto dell’emergenza, Piero lo dedusse dall’insolito movimento di uomini e mezzi vicino le costruzioni che cominciava a sorvolare: alcuni avieri correvano verso la pista, la vecchia autoambulanza presa ai Russi si avviò verso i limiti del campo, due ufficiali uscirono frettolosamente dalla sala comando accappottandosi nei loro pastrani, un intirizzito e scheletrico cane randagio schizzò via dalla pista, spaventato dal sopraggiungere dell’aereo. Non c’era modo di tirare giù il carrello, l’impianto elettrico-pneomatico era in panne e non aveva certo la forza di girare manualmente la manovella. Chiuse il flusso del carburante e abbassò i flaps.

La fretta di atterrare, l’ansia di mettersi in salvo ma soprattutto le difficoltà percettive e di movimento manuale lo portarono ad inclinare troppo il muso dell’aereo; quando se ne rese conto, Piero tirò a se la leva di comando per ridurre l’angolo di atterraggio.

Il contatto col suolo fu comunque molto duro. L’impatto fece schizzare ovunque schegge del ghiaccio compatto che ricopriva la pista gelata. Il caccia  rimbalzò verso il cielo, con un salto di alcuni metri, e ricadde pesantemente con uno schianto di metallo spezzato. Le ruote e le gambe del carrello, sebbene ripegate nei loro alloggiamenti, si ruppero, staccandosi e disperdendosi in direzioni diverse, il velivolo quindi prese a strisciare sulla pancia, arando il ghiaccio e l’asfalto sottostante come un vomere gigantesco. Pezzi di rivestimento metallico furono strappati via dal ventre dell’aereo, mentre le tre pale metalliche a passo variabile dell’elica si piegarono per metà, si contorsero, stridendo e si attorcigliarono come truccioli piallati sul cofano del motore. Piero sentì il boato dello schianto nel profondo del suo cervello e lo scossone si ripercosse in tutte le ossa, le cinture di sicurezza allacciate ad X gli penetrarono nella carne, segandogli i fianchi; sentì in bocca piccole schegge di denti e il sapore del sangue sulla lingua. Lampi elettrici, intermittenti e multicolori passarono sotto le palpebre serrate strette, il collo incassato nelle spalle parve spezzarsi.

La carcassa dell’aereo pattinò lungamente sul ghiaccio oltre il limite della pista e finì la sua corsa su alcune montagnole di vecchia neve spalata, che investite esplosero in mille schizzi bianchi.

Il silenzio che seguì fu così denso e contrastante con i rumori precedenti da apparire assordante e insopportabile alle orecchie duramente provate di Piero.

Mantenne gli occhi chiusi senza motivo.

Non sentiva più ne freddo e ne dolore. Sentì invece qualcosa di liquido, di caldo scendere dalla fronte sul naso e sgocciolare dalle narici.

La sua angosciante domanda: “Esplode o non esplode?” non ebbe risposta perché egli sprofondò nella totale perdita dei sensi.

 

Torna a RACCONTI