25  aprile  a  Verona

 

di  Andrea e Antonio TALLILLO

(... e la partecipazione straordinaria di mamma Tallillo....)

 

 

Verona, 25 aprile 2011 e 26 aprile 1945.  

Quest’anno, la Colonna della Libertà ha ripercorso le strade che molti anni fa portarono i reparti americani a liberare il territorio mantovano e quello veronese, prima della corsa al Brennero. Il programma delle rievocazioni è stato quanto mai nutrito, ma a noi interessa focalizzare la giornata del 25, perché nella mattinata, quatti quatti, ci siamo infilati in quella che rimane una delle più belle piazze italiane, Piazza Bra di Verona. Il 26 aprile del titolo non è un refuso, per questa bellissima città nota in tutto il mondo per le sue bellezze, la convenzionale data della liberazione slitta un po’. L’importanza di Verona come nodo stradale  e ferroviario prima del Brennero, l’aveva resa anche sede di innumerevoli comandi, persino uno della marina tedesca, e, quando la piega degli avvenimenti cominciò ad essere sfavorevole alle forze tedesche, punto obbligato di passaggio per la ritirata. D’altro canto volle dire, anche da parte della popolazione, dover subire tantissimi bombardamenti, i più terribili alla Stazione di porta Nuova,  nel quartiere di Santa Lucia e la zona di Tombetta, ed attacchi aerei che, oltre ai danni alle abitazioni ed ai civili paralizzarono quasi ogni movimento. Il caso ha voluto che non ci siano stati combattimenti su grande scala in città, ma solo attorno, sia a sud che a nord, ma Verona subì comunque grave danno perché i tedeschi, proprio la sera del 25 aprile, fecero saltare undici ponti su dodici nonostante precisi accordi con i reparti partigiani. Le fonti differiscono sull’ora precisa, ma si può stabilire che alle 7, circa, di quel giorno, le prime jeep americane si mostrarono, con diffidente lentezza, alle mura veneziane a Porta Nuova, erano le avanguardie della 5^ Armata provenienti dalle strade nazionali, da Nogara e Sommacampagna, 88^ Divisione fanteria e Villafranca , la 10^ Divisione da montagna, che aveva preso da poco l’importante aeroporto di Ganfardine-Villafranca. Almeno un testimone, Eugenio Avesani riferisce però che poco dopo le 5 di mattina, alcuni gipponi e semicingolati erano già arrivati al Ponte della Vittoria, cioè in centro. Una pattuglia americana vi trovò, nascosti nelle macerie, cinque genieri tedeschi.  I pochi combattimenti erano stati alla periferia della città, in Borgo Roma, ed al forte di Dossobuono, per un totale approssimato di una quarantina di soldati americani tra morti e feriti. I Magazzini Generali, all’entrata di Borgo Roma, furono teatro di uno scontro tra gli esploratori della V Armata ed i tedeschi in fuga, nella notte del 24 aprile. Nascosti nelle buche provocate dai bombardamenti, i soldati americani presero di mira gli automezzi tedeschi provenienti da Ostiglia. In una scena che sembra presa dalla serie TV "Band of Brothers", vari veicoli sbandarono e si sfasciarono contro i muri ed i cavalli di frisia, perché i loro autisti, nel buio, non potevano rendersi conto della provenienza dei colpi. La sparatoria ebbe un unico testimone veronese, Angelo Galli, custode notturno dei Magazzini. Ad essa partecipò anche qualche carro leggero M5A1 della Compagnia ‘B’ del 752° battaglione  carri. Nelle prime ore della mattina del 25 aprile, il grosso dell’avanguardia americana, che aveva trascorso la notte a Cadidavid, arrivò ai Magazzini portandosi dietro un gran numero di prigionieri.

Il 337° reggimento della 85^ Divisione aveva passato il Po tra Revere ed Ostiglia e raggiunto l’aeroporto di Ganfardine il 24 aprile, catturando il generale Schellwitz che ormai comandava solo i resti della 65^ e della 305^ Divisione di fanteria tedesche. Per la prima volta, tra i prigionieri risultava esserci una donna-soldato tedesca, addetta alla fureria di una batteria della Flak, e la cosa fece scalpore.

Le jeep e camionette americane percorsero tutto il Corso, che allora si chiamava Vittorio Emanuele II, con gli occupanti tesi a prevenire eventuali agguati. Un mezzo arrivò fino alla centrale piazza dei Signori (Piazza Dante) ed un  ufficiale chiese di parlare con un’autorità civile. Risposero Aldo Fedeli, designato sindaco dal Comitato di Liberazione provinciale ed un esponente del  CLN, che s’incontrarono con gli americani nella vicina Piazza Malta. In piedi attorno ad un tavolo, e con mezzo litro di vino bianco, si potè brindare alla riacquistata libertà. All’incirca alle 9, sentendo un forte rumore di motori, un 15 enne, Aldo Zanola, corse sul balcone di casa in Via Mazzini, all’altezza del centralissimo incrocio con il Grande Caffè Brasile, in Via Quattro Spade. Erano due carri armati, diretti verso la Piazza Brà, che potè immortalare con la sua Zeiss Ikonet, per noi modellisti più precisamente erano due Sherman M4A3 76(W) della 1^ Divisione corazzata americana. Intanto, il rastrellamento della città proseguiva senza particolari episodi. Ad un certo punto, un uomo in abiti civili che si trovava tra i partigiani, dette l’impressione di essere tedesco, fu facile catturarlo con l’espediente di un sergente, tale Melvin, che gridandogli alle spella "Hande hoch !" (ovvero "Mani in alto") lo vide alzare le mani di scatto…

Alle 16.30 il "Rengo", la grande campana della Torre dei Lamberti, annunciava con i suoi ritocchi l’arrivo nel centro urbano degli americani. Mentre le valli a nord della città si riempivano di truppe tedesche in ritirata con ogni mezzo possibile, gli americani si erano già messi al lavoro per posare dei ponti Bailey  ed inseguirle. Per primo fu scelto il Ponte della Vittoria, che ricordava la guerra mondiale precedente. I genieri, che con sorpresa dei civili lavoravano con dei guanti gialli,  costruirono sui monconi dei pilastri dei tralicci metallici, sui quali vennero posate le capriate di passerella in ferro. Ben presto passarono già i carri Sherman, con il traffico regolato dai robusti militari della MP.

Non fu facile convincere le varie formazioni partigiane a desistere dalle vendette, ma infine la saggezza ebbe la meglio e si arrivò  stabilire, per il 5 maggio successivo, la consegna delle armi con una grande cerimonia, all’interno dell’Arena,  nella quale tra le autorità spiccavano il generale Edgrard E. Hume ed il governatore alleato per Verona, maggiore J.M. Blackwell, un brillante avvocato di New York. Fu consegnato il cosiddetto "brevetto Alexander" ad numero doppio di partigiani rispetto a quelli conosciuti, ma questa è un’altra storia…

Vista la situazione disastrosa del tempo, solo un miracolo, che poi ci sarà, sembrava capace di rimettere in  piedi una Verona allo sfascio.    

Questa, molto sintetica, la serie degli avvenimenti di quei lontani giorni. Per qualcuno, dei ricordi di gioventù come per nostra madre, all’epoca una bambina di 9 anni. Lei ci parla ogni tanto di una notte, quella del 25, passata nei campi, senza sapere cosa stava succedendo ma intuendo che la fine della guerra era vicina, con i tedeschi che scappavano con qualsiasi mezzo, ma più che altro a piedi. Poi, l’arrivo in paese, Poiano, a pochi chilometri da Verona, di una massa mai vista di grandi carri armati, camionette ed automezzi. Erano gli americani, salutati subito con sollievo, a parte l’aver spaccato ogni strada coi cingoli dei carri ed essersi accampati senza tanti complimenti in mezzo ai vigneti . Si sistemarono in località Giara, poco prima del paese, restandovi per diverso tempo. Erano finiti il terrore e la fame, anche se la vita sarebbe stata dura per altri anni, fino al "boom" degli anni Sessanta. Sentita la novità, anche lei ha voluto rivedere qualche mezzo dell’epoca, ed è tornata indietro nel tempo, un pò come noi che li conosciamo da quasi 40 anni, l’anno prossimo, ma per fortuna solo per altri versi....

 

Ringraziamo tutti gli appartenenti alla "Colonna della Libertà" per la cortesia dimostrata e l’amico Claudio Beccalossi, dalle cui opere abbiamo potuto trarre più di uno spunto.  

       

           

                                                                                          Uno degli innumerevoli manifesti, avvisi e bandi, di fonte italiana e tedesca,
                                                                che ricoprivano i muri veronesi. Verranno presto sostituiti da quelli alleati, ovviamente meno minacciosi.
 
                                                                                                                                        
 
                                                                       I Portoni della Brà, ovvero l’entrata nella più grande piazza di Verona, da Corso Porta Nuova,
                                                                                                               probabilmente fotografati qualche giorno dopo.

                                                              La Stazione di Porta Nuova, che era stata completata negli anni ’20 e che verrà ricostruita pochi anni dopo.

                                                           Effetti del bombardamento su Castelvecchio, costruito nel 1354 e restaurato negli anni ’30. Anch’esso verrà ricostruito,
                                                                         purtroppo togliendo tutto quello che risaliva al restauro, sotto la guida dell’insigne architetto Scarpa.

         

                                  Il ponte scaligero di Castelvecchio, che seguì la sorte degli altri fatti saltare dai genieri tedeschi, e che verrà ricostruito il più possibile fedelmente.

Tra le macerie della Stazione di Porta Nuova,  circolano le jeeps del 91° ricognizione, in lontananza si notano due semoventi leggeri M8 da 75 mm.

   

                                                                                   Nella stessa Via Diaz, poco prima del ponte, ferve il traffico dei genieri americani.
                                                     I danni della guerra agli edifici sono ben apprezzabili, pur non essendoci stati combattimenti in pieno centro città.

   

                                                      La fanteria intanto rastrellava la zona di Via San Michele alla Porta. Sullo sfondo, l’antica chiesa di Sant’Eufemia.
                                                                                                Dietro ai portoni chiusi, oggi ci sono una agenzia viaggi ed una osteria.

                                                        Uno dei due Sherman che passarono nella stretta Via Mazzini , allora chiamata anche Via Nuova, attorno alle 9 del 26 aprile.
                                                        Notare i prongs di fattura campale per gli ostacoli, sulla prua ed i particolari contrassegni che denotano un secondo plotone.

                                                      Una fase della cerimonia all’Arena di Verona, nella quale i partigiani consegnarono le armi, ricevendo il "brevetto Alexander".
                                                                                             Il tricolore è ancora di un tipo usato nella RSI, con lo stemma sabaudo tolto…

       

Sulle strade da e per Verona, molti relitti d’ogni tipo, testimoniano la rotta tedesca. Faranno la gioia dei recuperanti per diversi mesi ancora.

       

                                             Nella prima mattinata del 26, si rastrella la zona dei Magazzini Generali dopo l’imboscata notturna tesa a diversi automezzi tedeschi.
                                                                                                 Parte del muro ed alcuni alberi di quel punto sono presenti ancora oggi.

La popolazione in parte si era rifugiata negli arcovoli dell’Arena, nella quale le rappresentazioni di musica lirica erano state interrotte da tempo.

       

L’entusiasmo dei veronesi è palpabile, siamo in Corso Cavour, tra il centro e Castelvecchio. Il palazzo sullo sfondo è ancora esistente.

       

Nel 1938, dal Palco Reale, in secondo piano, aveva parlato Mussolini, ora lo hanno fatto gli alti papaveri americani.
 "Sic transit gloria mundi" è il caso di dire.    

       

                                                                      La coda dell’improvvisato corteo, al quale si sono uniti dei soldati americani. Sullo sfondo, verso destra,
                                                                                        la colonna della Corporazione dei Lanaroli, poco prima del ponte della Vittoria.

                          

               

                       

                           

               

               

               

           

               

 

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